RYOJI IKEDA


Otto album in quasi vent’anni, un numero decisamente maggiore di installazioni strepitose e performance dove la sua arte videosonora si è trasformata in esperienza sensibile, un’innegabile lungimiranza nell’interpretare il rapporto fra arte e tecnologia hanno fatto di Ryoji Ikeda una delle figure più rappresentativa della cosiddetta abstract-techno. Nei suoi ultimi tre lavori (“Dataplex”, 2005, “Test Pattern”, 2008 “Supercodex”, 2013) Ikeda ha confezionato i risultati di una complessa ricerca sul rapporto dualistico fra il suono digitale e la sua traduzione in forma di dati informatici.

L’obiettivo prefisso dall’artista con questa trilogia – nato sui risultati di quel percorso di pulizia, riduzione ai minimi termini e scomposizione del glitch esteriorizzato nei capolavori “+/-” (1996) e “Matrix” (2001) – è proprio l’elaborazione di una matematica del suono, di un principio di calcolo in grado di trasformare gli algoritmi in mezzi espressivi autentici, e al tempo stesso di elaborare rappresentazioni visive e sonore delle informazioni in essi contenute. Una dinamica concettuale espressa da sempre per mezzo, oltre che del suono, del mezzo visivo e performativo, sul quale il giapponese si è concentrato negli ultimi anni, commutando le sue performance in vere e proprie installazioni multimediali – su tutte quella presso la Times Square di New York nel 2013.